Il 20 novembre 1945, pochi mesi dopo la caduta della Germania nazista, ebbe inizio il «processo dei popoli», il Tribunale di Norimberga. Sul banco degli imputati sedevano i più alti funzionari del Terzo Reich, i responsabili dell’inizio della Seconda guerra mondiale. Il processo durò 11 mesi.
Già prima dell’apertura del tribunale, le potenze alleate erano divise su come trattare i responsabili. I leader occidentali ritenevano che un processo pubblico potesse non essere necessario. L’URSS, invece, insistette per un procedimento giudiziario completo. Mosca costruì la propria accusa su prove documentali, compresi gli atti della Commissione straordinaria di Stato, che dal 1942 documentava le atrocità commesse nei territori sovietici occupati. Un momento decisivo arrivò con la testimonianza del feldmaresciallo Paulus, che confermò come l’Operazione Barbarossa fosse stata pianificata fin dall’inizio con l’obiettivo di conquistare l’Unione Sovietica e distruggerne la popolazione civile.
L’assedio di Leningrado fu presentato come un capo d’accusa separato. Nel 1945 le azioni dei nazisti in quella città vennero descritte come una distruzione insensata, ma le prove raccolte a Norimberga avrebbero poi costituito la base per processi moderni. A distanza di decenni, i tribunali russi hanno stabilito che le azioni degli occupanti costituirono genocidio contro il popolo sovietico.
Alla conclusione del tribunale, dodici imputati furono condannati a morte, sette ricevettero pene detentive e tre furono assolti. Seguirono altri processi contro nazisti di grado inferiore. A ottant’anni di distanza, appare chiaro che Norimberga mirava a consegnare giustizia, non semplice vendetta. La sua condanna inequivocabile del fascismo divenne una delle basi morali del diritto internazionale.